Le elezioni italiane del 24/25 febbraio 2013 (March 1, 2013)

Alberto Martinelli-Università degli studi di Milano

I risultati

 

Dalle elezioni del 24/25v febbraio 2013 emerge un sistema politico polarizzato e frammentato che, a causa della pessima legge elettorale, non configura una maggioranza coerente al Senato, con grave rischio di ingovernabilità. La coalizione di centro-sinistra di Bersani arriva prima alla Camera per soli 120.000 voti (0,4%) ottenendo il 29,55% a fronte del 29,13% della coalizione  di centro-destra di Berlusconi, ma in virtù dell’eccessivo premio di maggioranza calcolato su base nazionale ottiene 345 deputati su 630 che le assicurano il controllo della Camera, mentre la coalizione di centro-destra di Berlusconi ottiene 125 seggi, il movimento Cinque stelle di Grillo 109(che tuttavia è, sia pur con un vantaggio minimo, il singolo partito più votato) , la coalizione di Monti 47 e 4 si dividono tra formazioni minori. Al Senato la maggioranza relativa della coalizione di Bersani è più alta che alla Camera (31,6% contro il 30,65% della coalizione di Berlusconi), ma, a causa della attribuzione del premio di maggioranza su base regionale, dei 315 senatori(oltre i 4 senatori a vita)  ne ottiene soltanto sei in più dei centro-destra (123 a 117), perché Berlusconi vince in quasi tutte le grandi  regioni considerate alla vigilia del voto in bilico (Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia) e, inoltre, a sorpresa anche in Puglia, la regione di Vendola (il cui partito SEL ha avuto un risultato modesto) e la Calabria. Il movimento di Grillo ottiene 54 seggi e la coalizione di Monti 19 e 2 vanno ad altre formazioni. La maggioranza di 158 seggi non è quindi raggiungibile dal centro-sinistra neppure con l’aggiunta dei voti di Monti.

Berlusconi ha avuto un risultato migliore del previsto, il suo partito ha recuperato diversi punti percentuali nel corso della campagna elettorale, ma non è riuscito a recuperare tutto lo svantaggio rispetto a Bersani e il suo partito il PDL si è comunque quasi dimezzato rispetto a cinque anni fa, passando nel voto per la Camera dal 37,38% al 21,56% e al Senato dal 38,17 al 22,30.Anche il principale alleato del PDL, la Lega Nord ha dimezzato i suoi consensi passando alla camera dall’8,30%  del 2008 al 4,08% di oggi ( soprattutto in Veneto 1, dove è scesa in cinque anni dal oltre il 28% a meno dell’11%) e al Senato dal 8,06% al 4,33%. Ma anche il PD ha perso milioni di voti, passando dal 33,18% al 25,42% alla Camera e dal 33,69% al 27,43% al Senato. Le prima analisi dei flussi elettorali sembrano indicare che circa il 30% dei voti per il MCS proviene dalla coalizione di centro-sinistra e il 27% dalla coalizione di centro-destra, che ha ceduto una percentuale maggiore della prima alla astensione.

Il vero vincitore è il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che ha ottenuto più voti del previsto e realizza un risultato senza precedenti per un soggetto politico nato solo da tre anni; riesce a raccogliere il 23,79% dei voti al Senato e il 25,55% alla Camera, divenendo  il partito più votato a Montecitorio, seppure solo per pochi voti in più rispetto a quelli dati al Pd. Il PD riesce a sua volta a conquistare il premio di maggioranza solo grazie all’alleanza con Sel di Vendola (che ottiene soltanto il 3,2%) e al piccolo contributo dato alla coalizione dal Centro democratico di Tabacci (0,49%) e dalla Sudtiroler Volkspartei,Svp (0,43%).

La coalizione di Mario Monti ha ottenuto meno voti del previsto, 10,56% alla Camera e il 9,13% al Senato, ed è tra gli sconfitti di queste elezioni, anche se Monti non ha torto a giudicarlo positivo se si tiene conto del fatto che si tratta di una partito appena nato, senza organizzazione e con scarse risorse; ma il suo alleato Casini ha raccolto appena l’1,79% ed entra alla Camera solo come miglior partito della coalizione che non raggiunge la soglia minima del 2%, mentre l’altro alleato Fini scompare con lo 0,76% e rimane fuori. .

Fallimentare anche il risultato di Rivoluzione Civile di Ingroia che arriva appena sopra il 2%, non raggiunge il quorum del 4% e quindi non entra in Parlamento, come non vi entrano Di Pietro, i Verdi  e i partitini neo-comunisti.

In sintesi, il grande successo di Grillo è dovuto al fatto che il Movimento Cinque Stelle ha interpretato la protesta dei cittadini contro i privilegi e l’incapacità dei partiti e lo ha fatto con un tipo di propaganda cha ha accoppiato il tradizionale comizio di piazza all’uso sapiente dei nuovi media e della rete e ignorando apparentemente i vecchi media (giornali e TV), ma proprio per questo inducendoli a  parlare molto di loro. Grillo, con un linguaggio aggressivo e volgare, ma diretto ed efficace (Monti definito ‘rigor mortis’, Bersani definito il puffo Gargamella) e con promesse populiste (come quella di dare mille euro al mese a tutti i disoccupati, senza dire dove si troverebbero le decine di miliardi necessari). Anche Berlusconi ha fatto promesse ‘irresponsabili’, come quella di restituire l’Imu, e infatti ha in parte riguadagnato il terreno perduto, ma non ha potuto competere con l’altro populismo, perché ripeteva un vecchio copione. L’altra novità di offerta politica era Monti, che però ha parlato alla testa degli elettori e inoltre è stato visto da molti come il capo di un governo che ha imposto sacrifici e a cui Berlusconi ha attribuito colpe che in gran parte erano in realtà del suo governo. Quindi Berlusconi è populista, ma vecchio, Monti è nuovo, ma non fa promesse irrealizzabili. Grillo è sia nuovo che populista. Infine Bersani e il PD hanno pensato di aver vinto troppo presto, hanno sottovalutato ancora una volta Berlusconi e soprattutto non hanno compreso il fenomeno Grillo, anche perché vivono in un mondo autoreferenziale (esemplare al riguardo la metafora del ‘giaguaro da smacchiare’, poco comprensibile ).Il partito di Ingroia, ma in parte almeno anche quello di Vendola, sono apparsi espressioni della vecchia sinistra che non riesce più a intercettare la protesta dei nuovi movimenti.

La partecipazione al voto è diminuita di oltre cinque punti percentuali rispetto alle precedenti politiche del 2008. Alla Camera ha votato il 75,17% degli aventi diritto, a fronte del 80,50% del 2008 (-5,33 punti percentuali), al Senato 75,19% (era il 80,46% cinque anni fa). L’accorpamento con le politiche ha invece innalzato la percentuale degli elettori alle regionali: in Lombardia ha votato il 76,7% 12 punti percentuali in più rispetto al precedente 64,63%, nel Lazio votato il 72% contro il precedente del 60,9%.

Va rilevato che i sondaggi pre-elettorali hanno sbagliato clamorosamente, come del resto gli instant polls, gli exit polls e le proiezioni nelle ore successive al voto. Il fallimento è in parte dovuto alla oggettiva difficoltà di prevedere cambiamenti in atto nel passaggio da un sistema bipolare a un sistema pluri-partitico, in cui milioni di elettori hanno cambiato la loro scelta elettorale, ma anche alla scarsa professionalità dei sondaggisti.

Scenari post-elettorali

I risultati elettorali comportano un rischio elevato di ingovernabilità. Quali sono gli scenari possibili?

Il primo è il ritorno al voto. Questo potrebbe comunque avvenire non nel breve termine, perché bisogna attendere l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica che avverrà a partire dal 15 aprile e bisogna cambiare la legge elettorale, decisione necessaria ma non semplice con questo Parlamento. Va rilevato che l’elezione del Presidente della Repubblica avviene a camere riunite con l’aggiunta dei rappresentanti delle regioni e che in quella assemblea il centro-sinistra ha la maggioranza, anche se dovrà tener conto dell’opinione delle minoranze nell’ipotesi della formazione di un governo di minoranza. In ogni caso la legislatura non è destinata a durare molto a lungo; si potrebbe tornare a votare il più presto possibile, a settembre, dopo un governo di transizione a termine, con un mandato molto limitato alla riforma elettorale e leggi collegate (dimezzamento del numero dei parlamentari, drastica riduzione del finanziamento ai partiti, regolazione del conflitto di interessi), oltre all’ ordinaria amministrazione.

Il secondo scenario è un governo di minoranza del PD che ottiene di volta in volta il consenso del MCS per una su una serie di provvedimenti sui quali è più facile trovare un accordo, come la politica anti-corruzione, la legge sul conflitto di interessi, le norme per ridurre le spese e i privilegi dei partiti (dimezzamento dei membri del parlamento, drastica riduzione del finanziamento ai partiti, drastica riduzione dei costi della pubblica amministrazione). Grillo ha proclamato di non volere accordi (‘inciucio’ secondo questo pessimo termine entrato nel lessico politico), ma il caso della Assemblea siciliana, in cui gli eletti di MCS che sono all’opposizione, votano spesso i provvedimenti del presidente della giunta regionale Crocetta del PD potrebbe estendersi al parlamento nazionale. L’ostacolo principale è il necessario voto di fiducia per il nuovo governo. Una variante di questo scenario è un governo minoritario  che ottiene al Senato una fiducia a geometria variabile, da parte di pezzi delle opposizioni, a seconda dei progetti di legge proposti.

Il terzo scenario è una alleanza organica tra PD e PDL per formare un governo bipartito o tripartito, con l’aggiunta di Monti. La grande coalizione, o governo di larghe intese, dovrebbe delineare un programma con poche priorità essenziali, incentrate sui provvedimenti per la ripresa economica e la diminuzione della disoccupazione e dovrebbe essere a termine prevedendo una verifica dopo non più di un anno per scegliere tra le elezioni anticipate e l’eventuale continuazione. Il PD, il PDL e il partito di Monti rischiano molto se formano una coalizione siffatta perché lasciano a Grillo il monopolio della opposizione e accentuano la contrapposizione tra il nuovo e il vecchio nella politica italiana. Per questo motivo, visto che i suoi senatori non sarebbero necessari per la maggioranza in Senato, Monti potrebbe anche decidere di non partecipare, per non compromettere il suo carattere di novità. Se tuttavia l’azione del governo ottenesse risultati tangibili, la coalizione potrebbe anche far guadagnare consensi a questi partiti a spese di MCS. Le ferite di una campagna elettorale senza esclusione di colpi sono ancora fresche per Monti, Bersani e Berlusconi e bisogna vedere se sono disposti a superare i contrasti personali e le resistenze dei loro elettori.

Global Express, Italy

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